diario precario 2.0

Car* viaggianti,

in queste pagine trovate l’archivio del blog radio precaria, dependance musicofila di diaro precario, nati sulla gloriosa piattaforma “splinder” e attivi un decennio fa dal 2003 al 2005.

L’esperimento è concluso ormai da molto tempo, ma qualche giorno fa mi è venuta nostalgia di questo mezzo allora corsaro e ho deciso di riavviare le rotative.

Chi volesse potrà seguirmi sul nuovo spazio, diario precario 2.0.

A presto rilerggerci!

Categorie: blog di servizio

Ricordi estivi


Ricordi estivi

21 agosto, Alghero.
Alla “veneranda” età di venticinque anni assisto per la prima volta ad un concerto di Paolo
Conte. Quasi due ore di musica ininterrotta. L’Avvocato astigiano non concede parole extra, al di fuori di quelle che compongono i suoi testi. Frammenti di una Parigi che non c’è più, ritratti racchiusi in una frase, il “jazzzz” a modo suo. Ma non c’è spocchia nel suo atteggiamento, con quegli inchini e un sorriso accennato ad ogni applauso, con l’affetto verso i suoi musicisti che esplode in un abbraccio mentre due di loro suonano il “suo” piano.
Non sono mai stata un’appassionata. Conte per molti anni l’ho “subito” da mio padre. L’ho apprezzato tardi, lo ascolto più con la testa che con le viscere, ma quel concerto è stato un forte scossone, per me che forse non l’ho mai amato tanto proprio perché lo consideravo quasi freddo (mi perdonino i suoi fedelissimi!).

Stamane ho letto un’appassionata cronaca di un suo concerto tenuto a Bologna. A parte l’esecuzione di brani dell’ultimo album,
Elegia, ed una sezione fiati forse un po’ più pesante, la recensione da un’idea di quello che è successo anche ad Alghero. E poi, per il momento, la tenutaria di questo blog non si ritiene così brava a scrivere di musica, quindi accontentatevi della mia opera di cut & paste.
La recensione che segue è tratta dal blog di Gaia Capecchi,
Le stanze di Gaia (qui il post originale).

Le vecchie signore ingioiellate coi capelli gonfi e striati si mischiavano ai ragazzi secchi e riccioluti con le sciarpette tristi intorno al collo e lo zainetto militare a tracolla. Le donne pappagallo dal viso biscottato e immoto si aggrappavano al braccio di commendatori e ingegneri in giacche scure e capelli brizzolati. Qualche giovane fanciulla francese scivolava dietro ai molti volti orientali. Le signorine che conducevano ciascuno al proprio posto erano garbate e avevano accenti strani, indecifrabili paesi d’origine. Era la gente che t’aspetti a un suo concerto, così come lui la descriverebbe. Tutta in trepida attesa, come uscita fuori da qualche raccontino di Palazzeschi.

Poi, luci spente. Poi, sipario. Sapevo già dell’attacco in vibrafono, me l’aspettavo. Ma ecco che poi arriva lui, cammina in giacca e pantaloni scuri, si siede al piano. Comincia. Ed è un avvio invernale, arrotolato, segreto. E’ la donna d’inverno che alterna profondità afgane e fruscii di taffettà. I baffi di lui sono i soliti e sfregano come sempre sul microfono. Tutto risuona di cupezze magnifiche. E’ un attacco dove si sprofonda, subito: abissi medievali e una essenziale composizione dei musicisti, tutti vestiti in smoking e completi eleganti. Una sezione fiati ridotta all’osso. Però c’è il fagotto. Però c’è l’oboe. Strumenti misteriosi, poco frequentati, arcaici.

Si assiste al concerto come in trance. Seduti sull’orlo della poltrona, in bilico senza muoversi, quasi. Si respira appena, ma piano. E’ chiaro che lui ha scelto l’atmosfera pensosa ed elegiaca del disco. Suona Sparring partner. Suona Elegia. Divento liquida, scivolo giù dalla sedia, sono un tutt’uno col pavimento. Ma quando canta Sotto le stelle del jazz prendo a sorridere, arriva la commozione. Cioè proprio sto lì con gli occhi umidi, tutta in dolce subbuglio emotivo. Perché come dice jazz lui non lo dice nessuno: jazzzzzzzzzzz, così, lunghissimo con quelle zeta infinite; così, jazzzzzzzzzzz, fa lui con la testa piegata di lato e una spalla più alta dell’altra. Il sorriso ritagliato sulla mia faccia qualcuno l’avrà pur visto, nel buio: è rimasto lì per tutto il tempo. Poi “Via, via, vieni via con me“. Sguscia fuori quando nessuno se l’aspetta, quasi all’inizio; ci mette dentro il vibrafono, mi sembra, il sassofono tace, che strano. Io penso che quando uno ha scritto un pezzo così potrebbe anche non fare nient’altro per tutta la vita, perché tanto ha già dato abbastanza al mondo freddo che sta fuori. Invece lui ha fatto altro – meno male. Infatti si allunga sulla sua verde milonga, verdi le luci sul palco, un lacustre vetro di musica s’apparecchia fra le quinte. C’erano dei piccoli inserti veloci, là in mezzo, a interrompere l’uniforme estenuante lentezza della milonga; ma adesso è tutto così confuso. Anche perché durante il concerto i musicisti si scambiavano, si spostavano da una parte all’altra del palco, si passavano gli strumenti di mano in mano. E chi suonava il baritono poi abbrancava il bandoneon e poi si metteva dietro al vibrafono e ritornava al sassofono e brandiva un clarinetto basso e lui sempre lì, a cantare senza parlare, a non dire proprio nulla che non fossero giuramenti di fango, habanera e fandango. Certo che poi una è confusa.

Eppure stavolta ci ha anche stupito, chè a un tratto s’è alzato e s’è messo dietro l’asta del microfono. Ha cantato così, in piedi, mentre due degli stessi musicisti che prima suonavano chissà quale strumento si sono seduti insieme al piano, hanno suonato Lontano, quella cosa bellissima oltre i manometri e oltre Milano, e lui ha cantato, ritto, storto, la giacca e i pantaloni che lo seguivano e quelli che credo mocassini ai piedi. Lui una volta aveva fatto l’elogio dei mocassini, mi sembra. L’ho letto da qualche parte ma ora non ricordo. Ma sì, erano proprio mocassini, si vedono bene anche nella copertina di Reveries, lui in piedi su una panchina di pietra; e i mocassini neri. E insomma lui sul palco calzava mocassini e nessuno, si sa, è in grado di portarli – tranne lui. Tutti sono ridicoli coi mocassini. Lui, no: lui è bellissimo. Lì col mocassino e la giacca e una maglietta scura. Riuscire finalmente a vedergli le mani, che prima erano coperte dal piano. Le mani che muove e usa per disegnare qualcosa, piccoli ritratti, ricami controtempo. I ricordi personali di ciascuno degli spettatori, che potevano acchiapparli e rimetterli a posto, nel loro archivio polveroso. Sta lì, in piedi contro il microfono, rispettoso degli spazi e di noi, anche quando i musicisti spingono a tutta velocità su Lo zio. Lui tira fuori il suo kazoo, gioca, lascia che il vibrafono impazzi, tutti suonano che è una meraviglia rapida, precisa: velocità da metronomo folle. Un pezzo di musica di quella vera che alla fine ti strappa gridi e invocazioni ardenti; te li fa scagliare giù, a voce spiegata, sperando che lui li acchiappi, li pigli. La gente lo applaude. No: lo acclama. Il teatro implode. Nessuno ci ritroverà sotto le macerie. Ma se ci ritroveranno, vedranno le bocche inarcate in sorriso, le mani rattrappite in applauso, gli occhi adoranti. Intanto lui è ancora lì: mocassini e sguardo fuggevole. Nessuna parola. Elegantissimo. Insondabile. Poetico.

Poi lui suona anche il vibrafono. Per poco, ma lo suona, mentre canta Chissà. Insomma si muove molto, stasera. Triangola i suoi passi fra pianoforte, microfono, vibrafono. Abbraccia addirittura i due pianisti. Si incornicia fra loro. Non è il solito dio della fermezza Ci stupisce. Si lascia inchiodare da spietate luci rosse mentre canta Diavolo rosso – il chitarrista marionetta che non si ferma per minuti e minuti, mentre suona lo stesso identico accordo a velocità circensi.
Aggrappiamoci a qualche bracciolo, ché se no è facile catapultarsi in qualche altro posto. Finire d’improvviso in certi eden perduti e ritrovati, più diluiti, come la musica di Madeleine.
S’attarda su Gioco d’azzardo. Lui è l’azzardo. Ne canta sempre. Ci lascia tutti a puntare sullo stesso colore fino a rovinarci. Vogliamo tutti tasche vuote e mani audaci. Vogliamo essere crudeli, tempestosi, bugiardi. Giocare l’amore come una trappola, scaltri nel ghigno e nel piede. Rivelare che si è amato per davvero solo dopo che si è andati. Frammentare le verità d’amore come per scherzo, di sbieco sotto il cerchio di luce di là dal sipario. Anche le vecchie di cartapecora, allora, si ricordano di quando dicevano no ed era sì, fra le calze a metà coscia e i tavolinetti coi serviti da tè sopra: per un attimo vibrano le loro immobili sopracciglia. Poi si ricompongono nelle loro maschere pallide.

Il concerto finisce con il divertito gioiello della vecchia giacca nuova: è tutto lui, è tutto lì. Prende in giro e dondola, si diverte, ma se ne va. Torna solo per una Via con me velocissima e strappata. Si fa in tempo a guardarselo per bene che è già via. Spunta da solo, di nuovo, per ringraziare senza parole. Il sipario lo inghiotte subito. Si torna a casa. La gente sciama giù dalle scale, signorine snelle e aggraziate regalano nell’atrio bottiglie di vino rosso. Bologna di notte è una fascia di persone che camminano a grappoli, strette nei cappotti, con bottiglie di vino sotto il braccio. E stanno quasi tutti zitti: erano al concerto di Paolo Conte, non hanno nulla da dire. Svicolano.

e la sensualità delle vite disperate
ecco il dono che io ti farò

(Gelato al limon mica l’ha fatta, il disgraziato)

Link:
Articolo sul concerto di Alghero
Recensioni di Elegia dai blog:
Ruckert, EmmeBi, Polaroid.

Categorie: live | 4 commenti

Offlaga tour


Offlaga tour

Chi?
Offlaga Disco Pax.

Dove?
Mercoledì 27 ottobre – Reggio Emilia “Officina delle Arti” – via Brigata Reggio n°29 – ore 22,00 circa – ingresso libero
Sabato 6 novembre – Torino – “Club to Club” (da confermare, se si fa sarà il 6 e non il 5 come inizialmente previsto)
Venerdì 12 novembre – Cavriago (RE) – “Calamita” ore 22,00 – ingresso con tessera Arci
www.calamita.net
Mercoledì 17 novembre – Bologna – “Club74” (ex circolo della Grada, via della Grada 10) ore 22,00 circa
Giovedì 2 dicembre – Firenze “Stazione Leopolda” (+ Terranova)
Martedì 7 dicembre – Legnano (MI) – Club “Jaill” ore 21,00 – circolo Arci –
www.jail.it
Venerdì 17 dicembre – Pesaro “Sonic Lab”

Official site(-blog) Clicca
qui

Ma tu, che ne sai di loro? Un giorno, per caso

Recensioni (coming soon…)

Categorie: live | Lascia un commento

Lello Voce intervista Paolo Fresu


Lello Voce intervista Paolo Fresu

Riporto dal
sito-blog Lello Voce online una bella intervista al musicista sardo.

Paolo Fresu è un artista davvero eccezionale, e non solo per quello che fa strettamente da musicista, col suo Jazz, ma anche per tutto ciò a cui dà vita, come organizzatore di eventi, creatore di cortocircuiti tra le arti, vero contrabbandiere di idee ed amicizie, di relazioni ‘pericolose’, che puntualmente danno vita a prodotti artistici di altissima qualità: penso alla sua collaborazione con poeti e scrittori, da Patrizia Vicinelli a Nanni Balestrini e Stefano Benni, alla sua complicità con attori come Joan Minguell o Marco Paolini, al suo Festival di Berchidda, in cui la musica si fonde con le arti visive, ai suoi lavori per il cinema, agli incroci con le video-arti.
Quasi che cercasse – trapassando confini, violando steccati, accettando scommesse – un suono/segno globale, capace di comunicare infine la complessità di questo nostro presente, così catastrofico e annichilente, Fresu non smette mai di sperimentare, giocando sempre più tavoli contemporaneamente ed è questo che dà alle sue note un accento inconfondibile, uno stile assolutamente personale, a ‘tutto tondo’. Incontrarlo è, dunque, difficile, bisogna intercettare una delle sue contemporanee e numerose traiettorie – ideali e materialmente itineranti – e così quest’intervista nasce anch’essa plurima, in parte davanti a un caffè, in parte al telefono, il resto, la gran parte, via Internet…
Sei sempre stato attento ai cross over con altre arti. Quanto è importante il dialogo tra le arti nello sviluppo di nuovi linguaggi?
Credo che non sia solo importante, ma fondamentale. L’artista di oggi deve essere un vero contemporaneo nel momento in cui vive l’attualità ed ha dunque la responsabilità, in quanto “metabolizzatore di linguaggi”, di renderla all’oggi da un altro punto di vista. Con il suo punto di vista! Il musicista di jazz inoltre (ammesso che oggi il termine jazz possa avere ancora un senso…) ha una responsabilità ancora maggiore visto che il jazz è stata per antonomasia la musica del Novecento! Penso che per un po’ di anni si è andati troppo verso la settorialità delle arti e quindi si è persa quella voglia e quella capacità di interagire che, ad esempio, c’era ai primi del Novecento… forse perché è cambiato il concetto di migrazione e si è diventati molto meno ‘stabili’. Allora gli artisti si incontravano nei café di Parigi o Berlino o Barcellona e parlavano… di musica, di arte,… scrivevano tutti, facendo circolare le idee che poi si concretizzavano in linguaggi nuovi fatti di cose spurie e sporche che si delineavano pian piano.
Oggi è tutto molto diverso…
La società di oggi porta, purtroppo, più verso la chiusura nel proprio piccolo mondo: si esce meno e si parla ancora meno se non con Internet. Finalmente, però, si sta recuperando invece quella idea della comunicazione tra linguaggi che è fondamentale per la crescita artistica e creativa e credo che sia merito degli stessi artisti che si ribellano: nei confronti del sistema politico, della logica perversa della TV e del consumo di massa, della stabilità e della normalità delle cose. Se è vero che certe volte è difficile mettere assieme linguaggi differenti senza creare una distinzione di ruoli, è anche vero che è necessario provare a farlo per trovare delle nuove strade e perché, attraverso l’incontro, ognuno cresce nel proprio mondo d’arte.
Parliamo un po’ di MORPH, il tuo ultimo CD in uscita ad ottobre. Anche in questo caso il titolo fa riferimento ad un’altra disciplina, la videoarte e i suoi morphing…
Intanto ci tengo a precisare che MORPH (appena uscito per l’etichetta francese Label Bleu) non è il ‘mio’ disco, ma è un disco di tre leader (Fresu-Salis-Di Castri) che lavorano assieme da dieci anni e che hanno suonato tanto collaborando, tra l’altro, con diversi artisti visivi e con altre discipline. MORPH trasferisce in musica l’idea di una tecnica che modifica progressivamente un’immagine in un’altra. Considerato il ricco caleidoscopio della musica del trio PAF e delle personalità dei singoli, l’idea della ‘variazione visiva’ ci è parsa particolarmente adatta alla nostra musica. La variazione è il filo conduttore del CD e il ‘tema’ del MORPH è apparso naturalmente durante la seduta di registrazione.
Ma avevate un’idea, un punto di partenza stabilito?
Non siamo entrati in studio con una idea precisa della musica… tanto più che con uno come Antonello Salis questo sarebbe pressoché impossibile! Antonello non registrava un intero disco in studio da non so da quanti anni e se in tutti questi anni non abbiamo più registrato con il trio (l’ultimo CD dal vivo, registrato alla radio di Capodistria, risale al 1988…) è perché la musica rischiava di rimanere inscatolata nella propria estetica. Abbiamo dunque semplicemente scritto ognuno una serie di brani e siamo entrati in studio scoprendoli piano piano. Lì hanno preso corpo e solo alla fine del lavoro siamo stati in grado di capire dove andava questa nuova musica… in fondo è questa, alla fine, la vera magia del jazz!
Chi dice Fresu dice Sardegna e non solo perchè sei nato qui, ma perchè qui sviluppi tante tue iniziative, come il Festival di Berchidda. Quant’è importante per te comunicare un’immagine della Sardegna più vera, integrale, ricca, che si discosti infine dallo stereotipo della regione metà turismo di lusso e metà banditismo?
Ho sempre pensato alla Sardegna come ad un’Isola che deve preservare la sua identità in un momento storico in cui si tende a livellare tutto ed a rendere volutamente tutto uguale. Quando molti cercavano di scappare dai graniti e dalle querce modellate dal vento perché non ne potevano più di vedere sempre e solo quello io pensavo che queste cose avevano un valore straordinario, in quanto uniche, e che, forse, in molte altre parti del mondo non le avrei mai viste. Il tempo credo che mi abbia dato ragione ed oggi sono felice ed orgoglioso di vivere la mia sardità di ‘diverso’ come tanti diversi in questa umanità, dove essere ‘diversi’ significa di fatto essere spesso inferiori. Per me è esattamente il contrario: quello che cerco di fare è portarmi appresso un’identità diversa rispetto agli altri… né meglio, né peggio, solamente un’identità mia, che è fatta di storia, di suoni, di lingua e di gente. Cerco poi di immetterla nel crocevia del mondo per condividerla – come io amo condividere le identità degli altri – senza preconcetti o soprusi. Essere un artista sardo significa semplicemente ‘essere’ sardo a tutti gli effetti. Sembrerà strano, ma al giorno d’oggi essere qualcosa e sentirsi veramente parte di una comunità e di una cultura è molto difficile e molto raro. La Sardegna non è solo turismo, Costa Smeralda e banditismo, è capacità di relazionarsi con il resto del mondo, è capacità di offrire quella diversità fatta di storia, di luoghi, natura, risorse e pensiero attraverso uno straordinario potenziale umano che ha voglia di guardare molto lontano. L’investimento da fare su quest’Isola dovrebbe essere quello di aiutare coloro che pensano fuori dagli stereotipi comuni ed il Festival di Berchidda, con il suo successo di critica e di pubblico, è solo uno dei tanti esempi possibili.

Categorie: persone | 2 commenti

Metti una serata con un collettivo neosensibilista

Metti una serata con un collettivo neosensibilista

Qualche mese fa cominciò a circolare lo strano nome di un bizzarro gruppo, gli Offlaga Disco Pax.

Il nome del cantante, Max Collini, mi era noto grazie alla frequentazione della mailing-list dei Diaframma, tra le altre, in cui il nostro soleva postare brevi racconti, ispirati alla realtà emiliana. O meglio, ad una realtà emiliana che forse ora non c’è più, dove il Pci garantiva pressochè ovunque prosperità e una qualità della vita invidiata da mezza Italia. Un’Emilia che potrebbe ricordare quella paranoica di cicicipiana memoria, ma come spiega Inkiostro, la prospettiva degli Offlaga è molto diversa, ed i paragoni sono fuorvianti. I testi del gruppo riprendono le tematiche di quei racconti (e a volte sono quegli stessi racconti ad essere musicati), si muovono fra nostalgia ed una pseudo propaganda elettorale, e vengono recitati (una giornalista musicale avrebbe detto spoken, ma qui voliamo basso) dal cantante su un tappeto elettronico coinvolgente ed ipnotico (non so cosa avrebbe detto un/una giornalista musicale, se dovesse passare da queste parti può utilizzare gli appositi commenti).

Io ho avuto la fortuna di vederli nella mia città (Sassari, per i neofiti del blog) a maggio, ma non sono sicura che anche loro parlerebbero di fortuna, dato che fu un concerto conclusosi drammaticamente… L’impianto elettrico ci abbandonò dopo un paio di brani, resistettero per una terza canzone, poi si arresero disperati e increduli. Il giorno prima si erano esibiti a Cagliari, qui un assaggio di cosa vuol dire assistere ad un loro concerto.

Tutto questo per dire che questa sera, dalle h 21.00 alle h 22.00, su Radio Città 103 (Bologna, ma ascoltabile anche in streaming), gli Offlaga Disco Pax saranno ospiti della trasmissione Airbag, co-condotta da Inkiostro.
Per solleticare la vostra curiosità, cliccando
qui (con Real Player) potete godervi la bella Robespierre.

Gli Offlaga si presentano così (ebbene si, sono anch’essi blogger, hanno tempi pubblicazione più lunghi dei miei, ma non gliene faremo una colpa):


Offlaga Disco Pax racconta delle storie, quasi tutte vere,
sulle merci e la loro importanza per comprendere i cambiamenti

Offlaga Disco Pax racconta storie, quasi tutte vere,
di politica, verginità e altri beni di consumo.

Offlaga Disco Pax racconta storie, quasi tutte vere,
degli anni ottanta, degli anni novanta, di adesso.

Offlaga Disco Pax racconta storie, quasi tutte vere,
di questa città inutilmente bella.

Offlaga Disco Pax rifiuta la socializzazione delle perdite
e ritiene la vostra esistenza approssimata per difetto.

Offlaga Disco Pax è la rivolta di un irrinunciabile
quattordici luglio: la presa della Bastiglia del nostro cuore bambino.

Offlaga Disco Pax: la memoria sta seduta a tavola di qualche
misero caffè e non fa sconti comitiva.

Offlaga Disco Pax, tutto il resto è desistenza.

Enrico Fontanelli: moog, casiotone, basso, pensiero debole
Daniele Carretti: chitarre, basso, basi elettorali, mutuo quinquennale
Max Collini: voce, testi, ideologia a bassa intensità



Degli Offlaga sentiremo ancora parlare. Passaparola!

Categorie: live, persone | 1 commento

Disclaimer

Disclaimer

Lo so, ho abbandonato la mia metà radiofonica… Cercherò di rimediare!
Arriveranno presto nuovi link di blog che si occupano di programmazione radiofonica, compreso il fenomeno degli m-blog.
Portate pazienza!

Buona sopravvivenza domenicale

Categorie: blog di servizio | Lascia un commento

Domani 2 giugno, h 21.00-23.00, il primo complemese di Radioblog!



Non ma
ncate, farò l’appello, gli assenti giovedì accompagnati al mio blog dai genitori!

Categorie: web radio | Lascia un commento

Forse collaborerò a questo splendido progetto



Dategli un’occhiata!

Buona notte

Categorie: web radio | 4 commenti

BENVENUTI! ¡BIENVENIDOS! WELCOME!

BENVENUTI! ¡BIENVENIDOS! WELCOME!
Manca solo la messa in onda (e ti pare poco?).

Da oggi Diario precario e la sua dependance radiofila sono ufficialmente e reciprocamente linkati. Data la (relativa) maggiore fama di Dp voi viaggianti che arrivate da queste parti avete quasi sicuramente buttato uno sguardo sul mio blog principale, e conoscete quindi, più o meno, parte delle cose che mi piacciono e mi interessano. L’idea della radio è una mia fissa da quando ancora internet era per me poco meno che fantascienza, non è legata alla moda delle webradio che tanto vanno adesso, come dimostra anche cotanto articolo di Repubblica che potete leggere qui sotto (che poi quell’articolo sia soprattutto dovuto all’esordio della webradio di uno dei blogger italiani più famosi è vero, ma il fenomeno è effettivamente in espansione, e non da oggi).

Non vorrei limitarmi alla creazione di una playlist, anche se all’inizio ci si accontenterà di questo, un po’ perché c’è già chi lo fa, e molto meglio di me, ma soprattutto perché quello che mi piacerebbe è parlare direttamente (i temi potrebbero essere più o meno quelli del blog, ma sono aperta ad ogni contributo) di quello che mi interessa, quindi attualità, ma anche musica, eventi… anche cazzeggio, tanto capiterebbe comunque!

Ma siccome che io parli al vento non avrebbe molto senso, ho pensato ad una radio comunitaria, dove la “comunitarietà” potrebbe realizzarsi in due modi. Attraverso la creazione di una sorta di palinsesto, in cui chi vorrà si potrà prenotare, scegliendo giorno, ora, tema (non mi dite che Macchianera ha fatto la stessa cosa! E’ vero ma io ci avevo pensato prima. Non posso darvi le prove perché io vivo in differita e rifuggo l’attualità, come ampiamente spiegato qua e qua, e infine confermato nel post di oggi sul Primo Maggio di una settimana fa). Ovviamente il tutto non sarà così rigido come potrebbe sembrare, c’è da rispettare la precarietà ed estrema rilassatezza che caratterizza i miei due gemelli precari… quindi non fatevi spaventare! L’altro sistema è una cosa parecchio comunista. Si tratta di creare una sorta di “federazione” tra radio già esistenti e/o nasciture, coordinando (lo stretto necessario) la programmazione, e magari anche le tematiche (in grande è quello che fa il circuito Radio popolare), dando origine ad una staffetta tra emittenti web locali.

Che ne pensate? Anche se la risposta dovesse essere “datti all’ippica” mi va bene comunque, quindi scrivetemi, cliccandto sulla letterina e scrivendo nell’ogetto radio precaria, così come vi ha suggerito la vocina che vi ha accolto all’ingresso di questo radioblog (… si, quella sono io, lo so che non ho fatto la scuola per doppiatori, ma potrei accampare tante buone scuse tra cui il microfono è di pessima qualità, ecc. Quindi per favore non infierite!).

Non bevete troppo stasera!

P.s.: per i viaggianti sassaresi, stasera al Dolce vita concerto dei (P)neumatica!

Categorie: web radio | 8 commenti

Le nuove radio libere

Le nuove radio libere

Da
Repubblica.it

E’ l’ultima mania: basta un computer collegato a Internet
per riuscire a trasmettere: in meno di un’ora…
Web-radio, il dj
in diretta dal salotto
Non costa niente, arriva dappertutto. Con un software gratuito
di GIANCARLO MOLA


ROMA – Le radio libere degli anni ’70 costavano qualche milione (dell’epoca) di vecchie lire. E trasmettevano poco più in là del condominio. Le radio libere del terzo millennio non costano niente. E arrivano – potenzialmente – in tutto il mondo. Per questo sono diventate la nuova frontiera della comunicazione, entusiasmano gli adolescenti alla ricerca di forme di espressione più originali e fanno impazzire trentenni e quarantenni che finalmente possono coronare il sogno di una vita.

Sono radio un po’ particolari, perché viaggiano solo su Internet. In compenso per nascere hanno bisogno solo di un normalissimo computer, una buona connessione alla rete (fibra ottica o Adsl) e una ventina di minuti di tempo. Basta scaricare il software (gratuito), installarlo sul pc e in pratica si è pronti a trasmettere in ogni angolo del pianeta. Musica o voce, sigle o telefonate, poco importa. Fin troppo facile.
L’estrema semplicità è ancora una volta la chiave di volta del fenomeno. Che nelle ultimissime settimane è cresciuto a dismisura: la tecnologia è stata infatti riscoperta dal popolo dei blog (i diari online che hanno liberato le nuove energie vitali di Internet). E il passaparola di sito in sito ha fatto il resto.

Decine di amanti della webradio fai-da-te si sono infatti messi insieme. E stanno realizzando un palinsesto, che presto dovrebbe garantire una programmazione continuativa su tutta la giornata. “Nessuno che non sia un professionista della radio è in grado di trasmettere ogni giorno dalla mattina alla sera. Ma moltissimi possono realizzare una trasmissione di un’ora una o due volte alla settimana. Allora ho pensato di mettere insieme le tessere del mosaico e costruire una specie di network”, spiega Gianluca Neri, già fondatore del portale Clarence e promotore del progetto Radionation (www. radionation. it). In pochi giorni le adesioni hanno sfiorato il centinaio. Un solo canale non basta più, forse ne servirà un secondo.
E non è detto che tutto resti su Internet. “Siamo stati contattati – prosegue Neri – da radio tradizionali che chiedono di trasmettere anche sul nostro canale web ma soprattutto da emittenti che si propongono di mandare in onda via etere i nostri contenuti. È davvero sorprendente”.

Ma chi sono i dj online? Spesso persone che hanno già lavorato in radio e che ora si mettono in proprio, di frequente blogger in cerca di nuove emozioni. Ma altrettanto spesso semplici appassionati che trasmettono per pochissimi intimi. “Ho cominciato due anni fa, per pura curiosità”, spiega Maurizio Monaci, grafico web. “Ho visto che la cosa divertiva i miei amici e da allora ogni giorno mando qualche ora di buona musica, quella che in radio di sente di rado”.

Resta il problema dei diritti d’autore. Anche le webradio sono obbligate ad avere la licenza Siae. Che costa non meno di 180 euro al mese. “Ci rendiamo conto che è un’esagerazione paragonare una radio online commerciale alle trasmissioni casalinghe. Per questo cerchiamo di non usare la mano pesante con chi trasmette davvero a livello amatoriale”, spiega Manlio Mallia, direttore dell’ufficio multimedialità della Siae. Annunciando però importanti novità: “Stiamo cercando di risolvere il problema: nei prossimi mesi rivedremo l’intero sistema delle licenze per permettere a chi vuole divertirsi con le webradio di farlo serenamente, rimanendo nella legalità ad un prezzo equo”.
(5 maggio 2004)

Categorie: web radio | 2 commenti

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.